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Il complesso rapporto tra Russia e Medioriente

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La Federazione Russa sta ampliando sempre di più i suoi contatti con i Paesi dell’area mediorientale, sia dal punto di vista economico e commerciale (anche in ottica dell’Alleanza BRICS), che da quello socioculturale.

Mondi e modi di vita differenti, ma che sembrano aver raggiunto un equilibrio piuttosto solido e duraturo.

Analizziamolo insieme, nei suoi aspetti principali.

I rapporti con l’Islam

Si è tenuto lo scorso maggio a Kazan, capitale della Repubblica russa del Tatarstan, il XVI Forum Economico Internazionale denominato “Russia – Mondo islamico: Kazan Forum”, presentato come “una piattaforma ampiamente consolidata di collaborazione economica tra la Russia e i Paesi del mondo islamico”, e che ha visto riuniti i rappresentanti di oltre cento nazioni.

Tra le questioni trattate, spiccano quelle della digitalizzazione, della banca islamica, delle reciproche relazioni commerciali e delle valute nazionali, ma anche delle tecnologie e degli scambi culturali.

Secondo gli esperti del settore, il ruolo degli Stati islamici continua a crescere nell’economia mondiale e questo incontro sarebbe “un centro strategico di dialogo e di formazione di una nuova architettura economica mondiale”, anche in virtù dell’ampliamento e dell’ammodernamento dei sistemi di trasporto logistico tra Mosca e i Paesi asiatici e mediorientali, che porterebbe a scambi commerciali più ampi, sicuri e veloci.

Tra i partecipanti al Forum, il Vice Primo Ministro russo, Marat Khusnullin – di etnia tatara – si è dichiarato entusiasta dell’evento, che a suo parere “unisce idee e iniziative basate sui principi del mondo multipolare e della fiducia reciproca”.

Fra le altre cose, uno dei focus è stato quello dei sistemi finanziari digitali, per riuscire a offrire dei meccanismi alternativi nei pagamenti internazionali, usando anche le valute nazionali. 

A sancire l’impegno, una conferenza dedicata all’islamic banking, fondato sui principi della Sharia, volti a vietare l’interesse e promuovere la partecipazione al rischio e alla condivisione dei profitti tra banca e cliente. In pratica, invece di pagare interessi sui depositi, le banche islamiche utilizzano i fondi per finanziare progetti e attività commerciali conformi alla loro legge religiosa. I clienti possono ricevere regali in natura, donazioni o condizioni particolari di credito, in cambio del loro deposito.

Si è dato poi ampio spazio a settori importanti quali tecnologia e cultura, con approfondimenti dedicati a innovazione, produzione tecnologica e intelligenza artificiale. 

È stata anche allestita una mostra intitolata “Luce dell’Islam attraverso i secoli”, con manoscritti rari del Corano e oggetti di arte islamica, ma anche con sessioni di moda islamica e turismo culturale, con escursioni al Cremlino di Kazan, alla moschea del posto e a una serie di musei e posti di interesse storico. 

Altri temi di discussione hanno riguardato l’industria della fashion nell’Asia sud-orientale e nei Paesi asiatici ex-sovietici, lo sviluppo del turismo religioso, l’arte della calligrafia islamica e del cinema islamico.

Sono poi in fase di realizzazione diversi progetti nell’industria e nell’energia, tanto che i relatori del Forum non hanno nascosto la soddisfazione, esaltando “il dialogo diretto tra la Russia e il mondo islamico”.

Il problema dell’antisemitismo

Senza dubbio, nell’ottica del mondo multipolare che sta evolvendo giorno per giorno è fondamentale tutelare ogni cultura e identità, per poter sviluppare il dialogo e la cooperazione con tutti gli Stati, soprattutto nella zona eurasiatica, così da poter prendere le distanze dalle “pretese egemoniche degli occidentali settentrionali”, citando le parole del Presidente Vladimir Putin.

Purtroppo, però, la Russia sta vivendo una forte ondata di antisemitismo, come dimostrano vari episodi, tra cui quello gravissimo, accaduto circa un anno e mezzo fa, dell’aggressione subita da un gruppo di cittadini israeliani atterrati in Daghestan. Assalti e disordini provocati, secondo gli investigatori, dal regime di Zelensky supportato da un ex deputato russo trasferitosi a Kiev, Ilya Ponomaryov, con legami nell’intelligence ucraina.

Secondo fonti del canale televisivo britannico BBC, Ponomaryov avrebbe avuto in passato contatti con un gruppo islamista daghestano al fine di organizzare proteste nei confronti del Cremlino; avrebbe inoltre fondato un canale Telegram dal quale nel 2022 è partita la rivendicazione dell’assassinio della giornalista Darja Dugina, uccisa a Mosca dall’esplosione dell’auto sulla quale viaggiava.

A parte questi casi specifici, i problemi dell’antisemitismo legato all’islamismo radicale non sono nuovi in Russia e si trascinano da almeno tre decenni, durante i quali si sono visti quasi un centinaio di attacchi terroristici di matrice musulmana, in cui sono morti molti civili. Ricordiamo ad esempio il massacro del 2004 alla scuola di Beslan, in Ossezia, dove 400 persone, tra cui tantissimi bambini, hanno perso la vita.

Inoltre, in seguito all’impegno in Siria nel 2015, quando Vladimir Putin ha risposto positivamente alla richiesta di aiuto da parte del Presidente siriano Bashar al-Assad, i terroristi islamici hanno chiamato alla “guerra santa” contro la Russia e rivendicato l’abbattimento di un aereo passeggeri nel Sinai, dove sono decedute tutte le 224 persone a bordo.

Quindi la sicurezza e la lotta al terrorismo sono diventate parte della politica attiva della Federazione Russa, da conciliare con la convivenza della comunità musulmana presente sul territorio e la sua integrazione nel tessuto sociale russo.

Ma i recenti conflitti in medioriente hanno esacerbato le violenze contro i cittadini russi di origine ebraica, che vanno tutelati in egual modo.

Senza dubbio il leader russo si ritrova a dover mediare tra diverse etnie e diversi credo religiosi e non è sicuramente un compito facile, anche se finora è riuscito a mantenere un certo equilibrio.

La questione Iran

Il problema ora si pone più pesantemente con il conflitto che coinvolge Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran, su cui per il momento il Presidente Putin è rimasto equidistante, cercando di mediare tramite colloqui telefonici con i leader dei due Paesi, per cercare di evitare un inasprimento potenzialmente pericoloso delle ostilità.

Sito di Frodow

Nel contempo, questo atteggiamento diplomatico, gli permette di tutelare i suoi stessi concittadini, tra cui ci sono sia islamici che ebrei; lui stesso ha infatti dichiarato di non voler alcuna conflittualità né con Tel Aviv, né con Teheran.

L’argomentazione principale delle ostilità riguarda il programma nucleare iraniano, che secondo Israele sarebbe a scopo bellico e non prettamente energetico come invece dichiarato dal regime degli Ayatollah. Motivo per cui il governo israeliano ne chiede lo stop.

Sotto accusa in particolare è il sito di Fordow, che ospita un impianto nucleare per l’arricchimento dell’uranio, sepolto sottoterra a 90 metri di profondità e che secondo Teheran servirebbe per il semplice uso civile

Il bunker sarebbe inoltre protetto da uno speciale calcestruzzo ultraresistente, sviluppato dagli ingegneri locali che lo hanno mischiato a polvere di quarzo e fibre ad alte prestazioni, rendendolo altamente resistente anche agli attacchi aerei con le bombe denominate “bunker-buster” che, a differenza di quelle convenzionali che esplodono all’impatto, si infilano nel terreno e deflagrano solo una volta raggiunta la struttura sotterranea. 

L’unico modello di testata “bunker-buster” in grado di arrivare potenzialmente al cuore di questa fortezza nucleare, è la MOP (Massive Ordnance Penetrator), in forza all’esercito statunitense e che, viste le sue 14 tonnellate, è trasportabile solo dai bombardieri stealth B-2 Spirit

Ed è proprio questa bomba che le Forze americane hanno utilizzato nei giorni scorsi per annientare l’impianto, con esito però incerto, visto che le due propagande danno informazioni contrastanti.

La questione principale riguarda però la veridicità delle affermazioni iraniane sull’uso dell’uranio e del suo isotopo a scopo puramente civile.

E qui c’è da fare una considerazione, che riguarda proprio la percentuale di isotopizzazionedi questo elemento: l’arricchimento destinato alla produzione di combustibile per energia va dal 3 al 5%; si tratta quindi di uranio a basso arricchimento, producibile tranquillamente a livello del terreno, mentre le centrifughe sotterranee di Fordow hanno prodotto particelle di uranio arricchite al 60%, un livello che non ha alcuna applicazione civile.

Addirittura, sono state segnalate dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), particelle arricchite quasi all’84%, pericolosamente vicino a quel 90% necessario per costruire armi atomiche. 

Secondo gli esperti dell’Organizzazione non-profit Institute for Science and International Security l’Iran sarebbe in grado di convertire le scorte di uranio arricchito in materiale militare nel giro di tre settimane, arrivando a produrre circa una decina di testate atomiche.

A tal proposito, la giornalista dissidente iraniana Masih Alinejad denuncia pubblicamente lo scopo del chiacchierato sito. Queste le sue parole: 

Sia chiaro: Fordow non ha mai avuto a che fare con l’energia pacifica. È stata costruita sotto una montagna per nascondere al mondo un programma nucleare, mentre il regime diceva al suo popolo che non poteva nemmeno permettersi acqua pulita o un riparo.

Ora lo stesso regime è in guerra e non ha ancora costruito un solo rifugio antiaereo per la sua popolazione.

Proteggono l’uranio.

Proteggono il potere.

Non proteggono mai gli iraniani”.

Ma il programma nucleare iraniano non è una questione nuova; ha infatti inizio negli anni ’50, quando lo Scià, Mohammad Reza Pahlavi, ha avviato lo sviluppo dell’energia nucleare civile grazie all’iniziativa americana “Atoms for peace”, lanciata in piena Guerra Fredda nel 1957 dall’allora presidente Dwight Eisenhower, in ottica antisovietica. 

In seguito, nel 1979, con la rivoluzione islamica e l’ascesa del regime degli Ayatollah, che interrompe la collaborazione con l’occidente, il progetto viene accantonato.

Di nucleare iraniano non si parlerà più fino ai primi anni 2000, quando alcuni oppositori in esilio rivelano l’esistenza di due impianti, tenuti nascosti all’AIEA, dando così inizio alla lunga contesa sul nucleare che dura fino ad oggi.

Ed è proprio questa la grande preoccupazione di Israele, che rappresenta anche l’ennesima sfida diplomatica per il Presidente Putin, dal momento che Teheran è membro dei BRICS, oltre che un fidato partner commerciale di Mosca.

Eva Bergamo

Fuori dal Silenzio

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