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Il carcere di Gianni Alemanno

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Come si sarà letto in ogni dove, l’ex sindaco di Roma ed ex Onorevole ed ex Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno ha scritto una lettera sulla situazione carceraria soprattutto a Rebibbia, in Roma.

Revocata dal Tribunale di Sorveglianza di Roma il regime di libertà che aveva anche dei paletti comportamentali da osservare e non osservati, è stato mandato in carcere per una condanna definitiva per la questione dell’inchiesta Terra di mezzo per traffico di influenze illecite.

Appartenente alla corrente della Destra sociale, ex genero di Pino Rauti in quanto ex sposo di Isabella Rauti, è sempre stato per i ragazzi del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile dell’allora MSI, un punto di riferimento su come affrontare l’avversario politico sulla base delle idee e per questo considerato pericoloso.

Al di là delle vicissitudini giudiziarie su cui non so dire se condanna giusta o sbagliata perché non conosco le carte processuali, in Alemanno ho sempre ammirato il suo rigore politico a difesa degli Italiani, cosa che non fa assolutamente la Meloni e noi di una certa età abbiamo ancora in mente le grandi battaglie di Lui a Bruxelles per salvare l’agricoltura e i prodotti italiani vincendo quasi sempre.

Come ho detto, il nostro ha scritto una lettera aperta sulla situazione carceraria nel carcere di Rebibbia, oppressa dal caldo e dal sovraffollamento e tutti, sinistra compresa (un caso!!), ha preso a paramento la lettera stessa come grido di dolore della situazione carceraria per sollevare il problema. Rebibbia, ma è una situazione uguale in tutte le carceri Italiane.

Sul punto gridano, sulla condizione dei detenuti, sia i Garanti dei detenuti sia l’UCPI, l’Unione delle Camere Penali Italiane, ma questo governo, come i precedenti di sinistra, è sordo alle richieste di modificare la situazione.
Anzi, a dire il vero svilendo il codice Rocco, il programma è di costruire più carceri anche in previsione dell’attuazione del nuovo decreto di sicurezza su cui noi avvocati penalisti gridiamo all’attentato alle libertà costituzionali.

Per meglio dire: il codice Rocco è molto più garantista del nuovo decreto sicurezza, scritto con l’accetta e che non supererà il vaglio di legittimità costituzionali appena qualche bravo Collega eccepirà ciò.

Leggendo la lettera mi viene in mente la bellissima poesia Notte in carcere di Robert Brassillach, francese collaborazionista e giustiziato dai francesi nel 1945 non perché si macchiò di qualche crimine, ma per le sue idee che non collimavano con il pensiero di De Gaulle.

Una poesia bellissima che parla di onore perduto e di solitudini del guerriero.
Fatto questo parallelismo che può sembrare azzardato sia nelle tematiche che nel periodo storico che sono state scritte tra la poesia di Brassillach e la lettera di Alemanno, nulla toglie che quest’ultimo abbia portato alla luce problemi seri all’interno delle carceri.

Sul punto tutti i governi italiani hanno sempre glissato e non si riesce a capire se per l’atavica esigenza di giustizialismo da parte del popolo italiano che è tutto fuorché garantista o per l’incapacità politica di risolvere il problema perché in fondo è un problema dei detenuti su cui i miei connazionali godono vederli marcire in carcere.

Mentre la politica dorme con aria condizionata, come dice Alemanno.
Ma la questione è particolarmente delicata e solo chi frequenta il carcere come me nella mia professione può avere il polso dello stato di abbrutimento che hanno i detenuti laddove il caldo è il male minore.

Il codice Rocco, scritto e promulgato in piena epoca fascista, vedeva nel carcere come un istituto rieducativo del condannato e non come sola punizione e fallendo miseramente nei fatti concludenti perché le statistiche del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) sanciscono che chi entra in carcere, prima o poi ci farà ritorno.

Proprio per il garantismo del codice Rocco, che apparirebbe un ossimoro rispetto al contesto storico in cui fu emanato, non è stato cambiato e ancora è di una modernità disarmante con il risultato che nessuno ha mai pensato di buttarlo nel cestino.

Dal canto suo Alemanno con il suo scritto è riuscito – da destra- a compiere due miracoli: da una parte ha riaffermato la Sua dignità di persona detenuta e dall’altra ha dato voce – in maniera cameratesca- ai suoi compagni di prigionia con margini meravigliosi di poesia.

La circostanza che una persona di destra scriva una sorta di diario di prigionia andando al cuore del problema forse è più incisivo di quanto posto in essere dai garanti dei detenuti o dall’UCPI citata e lascia sperare che ci sia un dibattitto per evitare che i detenuti siano polli in batteria.

Se la Meloni, cresciuta a moschetto e Tolkien, mantenesse fede al suo ideale di destra converrebbe con me che, mentre la sinistra esalta il collettivo, la destra l’individuo a motivo del quale, se fosse una vera destra rivoluzionaria, porrebbe in essere in atto di pietà verso gli individui con un mirabile indulto.

Ma siccome questi qui al governo, per come la penso io, stanno alla destra come Fedez a Mozart perseguendo solo logiche di mercato atlantiste e giustizialiste, rinnegano ogni giorno il loro antecedente storico che è appunto il codice Rocco decretando un fallimento epocale sulla pelle di chi è al gradino più basso delle società: i detenuti.

Polli in batteria.

Avv. Filippo Teglia – Cassazionista penalista, pubblicista, giurista e docente universitario a contratto

Foto copertina: credits LGC – Gianni Alemanno a Parma 14 marzo 2005

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