C’è un silenzio che inquieta più del rumore. È quello che aleggia intorno all’Einstein Telescope, il grande progetto di infrastruttura scientifica destinato allo studio delle onde gravitazionali, che dovrebbe sorgere nel cuore della Sardegna, presso le ex miniere di Sos Enattos, nel territorio di Lula. Un progetto presentato come un gioiello della ricerca europea, ma che si sta rivelando, giorno dopo giorno, un enigma opaco, carico di domande senza risposta e decisioni calate dall’alto.
Mentre si invoca la scienza come motore del progresso, ciò che manca clamorosamente in questa vicenda è proprio la trasparenza democratica. Chi sono i veri committenti dell’opera? Quali governi, consorzi, enti di ricerca o soggetti finanziari detengono il controllo del progetto? E ancora: quale architettura economica e decisionale regge le sorti di una struttura tanto imponente quanto poco compresa nelle sue implicazioni reali?
L’assenza di risposte chiare e pubbliche genera legittima preoccupazione. L’Einstein Telescope richiederà un imponente fabbisogno energetico e infrastrutturale. Chi ne gestirà l’approvvigionamento? Con quali fonti? Quali saranno i costi ambientali e chi se ne farà carico? Le domande si moltiplicano, mentre intorno al progetto cala una cortina di silenzio e riservatezza che, più che tutelare informazioni sensibili, pare voler proteggere interessi non dichiarati.
Ma è sul piano territoriale che emergono i rischi più tangibili.
L’installazione dell’osservatorio comporterà una trasformazione irreversibile dell’ambiente. I vincoli di inedificabilità permanente, la creazione di impianti di supporto, l’estensione della zona di influenza fino a 40 chilometri, una sorta di militarizzazione mascherata, delineano uno scenario che va ben oltre la scienza: quello di un vero e proprio esproprio del territorio, senza un confronto aperto con la popolazione locale.
In questo contesto, la Sardegna, terra di valore storico, naturalistico e geologico unico, rischia di diventare un laboratorio sperimentale sacrificato sull’altare di un progresso tecnologico calato dall’alto. Un’isola troppo spesso ridotta a zona franca per progetti invasivi, oggi di nuovo minacciata nella sua integrità ambientale e sociale.
A rendere ancora più torbida la situazione, vi sono le recenti emergenze sanitarie che hanno colpito il bestiame locale. La gestione affrettata e opaca delle vaccinazioni, la confusione tra Regione ed enti giurisdizionali, e l’abbattimento indiscriminato di capi sani e malati sembrano riflettere un clima di coercizione e autoritarismo, piuttosto che di reale prevenzione. Tutto questo mentre gli allevatori restano inascoltati, e le comunità locali vengono sistematicamente escluse da qualunque processo decisionale.
Eppure, la normativa parla chiaro. L’articolo 47 del Decreto-legge 14 aprile 2023, dedicato all’attuazione del PNRR, sembra costruito su misura per neutralizzare vincoli ambientali e ostacoli amministrativi, accelerando un progetto la cui portata è inversamente proporzionale alla chiarezza con cui viene raccontato ai cittadini.
Non sorprende, allora, che sia dovuto intervenire persino il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, a conferma della crescente preoccupazione pubblica. Se il progetto fosse davvero un simbolo di progresso scientifico, dovrebbe essere accompagnato da un’altrettanta avanzata cultura della trasparenza e della condivisione. Invece, ci troviamo di fronte a un paradosso inquietante: un telescopio costruito per svelare, a loro dire, i misteri dell’universo, ma che nasconde quelli che riguardano la nostra terra.
La scienza, quella autentica, fondata sul metodo e sul dibattito, non ha paura delle domande. Ma qui, chi chiede chiarimenti viene spesso ignorato o accusato di ostacolare lo sviluppo. Eppure, i cittadini hanno tutto il diritto, e anzi il dovere di pretendere risposte chiare su chi paga, chi guadagna, chi decide, chi controlla e a cosa serve realmente.
Il rischio è che, sotto l’egida della ricerca, si nasconda l’ennesima operazione di colonialismo tecnologico, che utilizza la scienza come foglia di fico per interessi geopolitici e finanziari. Con la retorica della modernità si giustificano imposizioni che cancellano secoli di storia, di cultura e di equilibrio ambientale.
La Sardegna non può accettare il ruolo di terra sacrificabile. Il progresso vero si costruisce con il consenso, non con l’occultamento. E se per costruire il telescopio servono silenzio e buio assoluti, per difendere questa isola straordinaria serve invece rumore, dibattito, mobilitazione.
Perché la verità, come le onde gravitazionali che l’Einstein Telescope, secondo quello che ci vien detto che vuole studiare, non può essere nascosta per sempre. E perché in gioco non c’è solo il futuro della scienza, ma quello della Sardegna stessa.
Costinela Bichis – Divulgatore scientifico
Andrea Caldart

