Non è una data qualsiasi quella del 18 marzo del 2026. È una soglia. Una di quelle che si attraversano con il peso di ciò che si è scelto di ricordare e, soprattutto, di ciò che per anni si è preferito rimuovere.
Perché la pandemia non è finita quando sono cessati i bollettini, né quando hanno smesso di contare i morti in televisione. È finita quando il dolore è stato archiviato come una parentesi scomoda, un incidente della storia da lasciarsi alle spalle in fretta.

E invece no. Duecentomila vite non sono una parentesi. Sono una ferita strutturale del Paese.
La celebrazione nazionale che si terrà a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, non è soltanto un rito religioso. È un atto di grande riflessione sociale, nel senso più alto e più scomodo del termine: costringe una nazione a guardare in faccia la propria memoria collettiva.
A riconoscere che una parte consistente di quelle morti è avvenuta nel silenzio, nella solitudine, nell’abbandono imposto da quegli scellerati protocolli che hanno dovuto subire quelle povere vittime. Senza un commiato, senza una mano stretta, senza una parola pronunciata a voce alta.
In quella Basilica si concentrerà una verità che non possiamo più rimuovere: non vi si celebreranno eroi, ma un sistema che ha funzionato anche grazie alla complicità di chi avrebbe dovuto opporvisi. Una parte del personale sanitario e degli operatori non solo ha assecondato ciò che è accaduto, ma ha contribuito attivamente a renderlo possibile, tradendo in molti casi il giuramento di scienza e coscienza, mentre chi si è opposto ha pagato personalmente l’allontanamento e la stigmatizzazione “No Vax” tuttora in essere. Medici, infermieri, soccorritori, operatori, volontari: non figure mitizzate, ma ingranaggi di un meccanismo che ha consumato i più deboli. E accanto a loro, una moltitudine di anziani e fragili, ridotti a numeri, resi sacrificabili in nome dell’emergenza della pandendemenza targata: “Tachiprina e vigile attesa”.
La pandemenza ha rivelato ciò che già eravamo: una società che fatica a prendersi cura dei suoi più deboli e che, passata la tempesta, è tentata di rimuovere le proprie responsabilità. Per questo una memoria nazionale non è un gesto retorico, ma un dovere civile. Serve a impedire che il dolore diventi rumore di fondo, che la morte perda peso specifico, che l’eccezione diventi la regola.
Le famiglie che arriveranno a Roma portano con sé storie interrotte, lutti incompiuti, funerali mai celebrati. Non chiedono compassione, ma riconoscimento. Chiedono che quella sofferenza non venga diluita in un generico “andrà tutto bene” pronunciato a posteriori. Chiedono che l’eredità della pandemenza non sia solo un capitolo nei manuali di storia, ma una lezione operativa su come si protegge la dignità umana nei momenti di crisi.
Ricordare, oggi, è un atto scomodo. Perché obbliga a fare i conti con ciò che non ha funzionato, con le disuguaglianze esplose, con le fragilità sistemiche che abbiamo visto e che, in larga parte, anche questo governo continua a scegliere di non correggere. La memoria vera non consola: interroga, disturba, pretende conseguenze.
Perché la Commissione Covid, che avrebbe dovuto fare luce sulle decisioni assunte durante l’emergenza, ha consentito a Giuseppe Conte, e a chi come lui ha votato e imposto leggi coercitive delle libertà personali, di sedere al suo interno. Un fatto gravissimo, non sul piano simbolico ma su quello democratico. Chi ha esercitato il potere nelle fasi più dure, limitando diritti fondamentali, non può essere al tempo stesso giudice del proprio operato. È una frattura insanabile che mina alla base la credibilità stessa della Commissione e trasforma uno strumento di verità in un esercizio di autodifesa politica.
Se questa celebrazione avrà un senso, non sarà per la solennità del luogo o per il numero delle autorità presenti. Lo avrà solo se riuscirà a rompere l’anestesia collettiva, a restituire nome e volto a chi è stato perso, a chi ha curato, a chi ha servito, a chi è morto senza testimoni. E soprattutto auguriamoci che saprà trasformare il ricordo in responsabilità.
Perché una nazione che commemora senza cambiare non sta ricordando: sta solo cercando di assolversi.
Andrea Caldart
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