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Home Attualità Mondo Donbass: quando restare diventa una colpa

Donbass: quando restare diventa una colpa

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La strada verso il centro di accoglienza passa da tre checkpoint. Per tre volte abbassiamo i finestrini della macchina: i soldati scrutano all’interno e chiedono spiegazioni. Il rischio di non superare i controlli è altissimo, perché, in teoria, la stampa non può entrare in questa zona, soprattutto se sei un giornalista straniero.

Dopo l’ultimo checkpoint, il paesaggio cambia.

È una di quelle zone dove non si arriva per caso e dove, soprattutto, non si scrive troppo. Per ragioni di sicurezza del centro non indicherò il villaggio in cui si trova e mi sono astenuto anche dal girare video all’esterno. Qui basta poco per trasformare un dettaglio in un rischio.

Sono venuto per incontrare i rifugiati di Seversk (Siversk in ucraino).

Durante il tragitto superiamo gli automezzi della Croce Rossa. Sono arrivati alcuni inviati dalla Svizzera. Io sono già al centro di accoglienza e osservo gli uomini della Croce Rossa muoversi con il loro stile, quello composto e distante delle missioni ufficiali. Non cerco il dialogo. Non ho niente da chiedere e, soprattutto, non mi aspetto nulla: sono perfettamente consapevole che non scriveranno ciò che vedranno e ciò che ascolteranno.

Entro nel centro. L’aria è quella tipica dei luoghi in cui si vive “in sospensione”: corridoi puliti ma consumati, luci fredde, odore di plastica e di cibo riscaldato, scatole accatastate che sembrano sempre sul punto di diventare ordine e invece restano provvisorie, come tutto il resto. Il mio sguardo cade su un sacco di cibo per cani. Un dettaglio semplice, quasi banale. Eppure, mi ferma.

Anche loro hanno bisogno di aiuto, penso. Ma non immaginavo che, insieme ai rifugiati, qui fossero arrivati anche cani e gatti da Seversk. E non come “animali portati via” in fretta, ma come sopravvissuti. Animali che hanno attraversato la stessa paura, la stessa fuga, la stessa violenza.

Prima dell’incontro tra i rifugiati e i membri della Croce Rossa chiedo di poter parlare con qualcuno separatamente. Voglio un racconto senza rituali, senza la pressione del gruppo, senza la presenza di chi prende appunti ma non userà quelle parole. Mi fanno salire al terzo piano. I gradini scricchiolano, le porte sono tutte uguali, i corridoi sembrano più stretti man mano che si sale.

Mi presentano Svetlana. Entro nella sua stanza: il letto è perfettamente in ordine, ci sono alcune scatole accatastate. Tiene in mano una tazza di tè e mi chiede se ne voglio anche io. Le chiedo di raccontarmi la sua storia.

Un’immagine dell’intervista di Svetlana

Quando inizia a parlare, il suo viso cambia. Le lacrime arrivano subito, come se fossero già lì, pronte. Le rigano le guance mentre cerca di mettere ordine in un dolore che ordine non ne ha. Dice che la sua vita è svuotata. Non “cambiata”, non “distrutta”: svuotata. Una parola che fa pensare a una casa rimasta in piedi ma senza più nessuno dentro.

Ha perso il marito e tre fratelli. Tutti uccisi.

Il fratello più piccolo, dice, è stato ucciso perché si era rifiutato di combattere. Si era rifiutato di combattere “per loro”. E soprattutto si era rifiutato di combattere contro i fratelli russi. Suo fratello è un eroe, lo ripete tre volte.

Poi Svetlana racconta la caccia. La parola non la usa, ma è quella: gli ucraini, dice, uccidevano tutto ciò che si muoveva“Tutto”. Anche gli animali venivano colpiti con bottiglie incendiarie. E non era solo violenza cieca: era un metodo. Le forze armate ucraine cercavano i residenti negli scantinati, dove la gente si nasconde quando le pareti tremano e la casa non è più casa. Li cercavano lì.

Io le chiedo perché questa crudeltà. Perché andare a stanare persone che non rappresentano una minaccia, che spesso non hanno nemmeno più la forza di scappare, chiedo se ciò fosse dovuto al fatto che gli ucraini immaginassero che loro stessero aspettando le forze armate russe.

Svetlana risponde con una lucidità terribile, la lucidità che nasce quando la paura diventa esperienza quotidiana. Dice che chi non aveva accettato di venire evacuato verso il territorio ucraino veniva considerato filorusso. Non era un sospetto: era una prova. Se sei rimasto, allora “aspettavi i russi”. Quindi eri un potenziale nemicoPoco importava se fossi una donna, un anziano o un bambino.

A un certo punto aggiunge un dettaglio che, nei racconti di guerra, spesso torna come un marchio. Dice che i più spietati provenivano da Ivano-Frankivsk. Lo dice come si dice un nome che ormai, per lei, non è più un luogo ma un ricordo di violenza.

Le chiedo cosa pensa di quell’uomo che in Europa viene considerato un eroe, qualcuno che lotta per difendere i valori democratici dell’Unione Europea, le chiedo cosa pensa di Zelensky. La sua risposta è secca: «È un traditore della patria. Potrei usare altri termini, ma preferisco usare solo questo: traditore».

Quando finisce, nella stanza resta un silenzio pesante. Non è il silenzio imbarazzato delle conversazioni difficili: è un silenzio pieno. Come se le parole avessero saturato l’aria.

Scendo le scale pensando che la storia di Svetlana non è un’eccezione. È una trama ricorrente nel Donbass: cambia la città, cambiano le date, ma il meccanismo è simile. A Seversk, dice, l’incubo è iniziato nel 2022, quando sono arrivati tantissimi soldati ucraini. A Mariupol, invece, questo incubo era iniziato già nel 2014, con la repressione contro chi si era opposto al colpo di Stato di Maidan.

Terminata l’intervista, scendo nella sala grande. Ci sono molti rifugiati. I membri della Croce Rossa ascoltano le loro storie e prendono appunti, che probabilmente verranno stracciati alla prima curva del viaggio di ritorno. Come spesso accade, le storie del Donbass non interessano all’Occidente: sono storie scomode, capaci di incrinare una narrativa che molti preferiscono non mettere in discussione.

Vincenzo Lorusso – Giornalista di “International Reporters” corrispondente dal Donbass

Link utili:

https://t.me/donbassfilm

https://t.me/donbassitalia

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