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Covid e Commissione: le domande che non si fanno

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Negli ultimi anni l’Italia ha vissuto la più estesa sperimentazione politico-amministrativa della sua storia repubblicana. In nome dell’emergenza pandemica, sotto i governi guidati da Giuseppe Conte prima e da Mario Draghi poisono stati adottati strumenti normativi straordinari che hanno inciso in profondità su diritti costituzionalmente garantitilibertà di circolazione, diritto al lavoro, autodeterminazione sanitariaIl Green Pass e gli obblighi vaccinali per specifiche categorie professionali non sono statisemplici provvedimenti tecnici, ma leve coercitive che hanno ridefinito il rapporto tra Stato e cittadino arrivando a spaccare in due, la società civile.

Oggi, a distanza di tempo, la questione non è negare che un virus circolasse (anche se ancora nessuno a dimostrato quanto fosse davvero così “potente”, rispetto ai dati di mortalità dell’influenza), ma è un’altra, molto più strutturale, ovvero quale sia stato il fondamento scientifico e giuridico di scelte così invasive e perché la Commissione parlamentare d’inchiesta proceda con una lentezza disarmante, senza un’interlocuzione sistematica e pubblica con le Procure della Repubblica che, in uno Stato di diritto, rappresentano il presidio naturale dell’accertamento dei fatti.

“vaccini”, in realtà erano profarmaci genici, contro il Covid-19 sono stati autorizzatidall’Agenzia europea per i medicinali in regime di autorizzazione condizionata, una procedura prevista per situazioni emergenziali, basata su dati totalmente incompleti e con monitoraggi post-marketing ancora in corso. È un dato tecnico, non un’opinione. In quel contesto, trasformare una raccomandazione sanitaria in un obbligo giuridico con effetti escludenti, fino alla sospensione dal lavoro, richiedeva un livello di evidenza e di trasparenza eccezionalmente elevato.

La domanda che non si fa abbastanza è semplice: quale grado di certezza era realmente disponibile quando si è scelto di subordinare l’accesso al lavoro e alla vita sociale al possesso di una certificazione sanitaria? Quali analisi comparative sono state prodotte sulla proporzionalità tra benefici attesi (riduzione della trasmissione, contenimento delle ospedalizzazioni) e rischi potenziali, noti e ignoti, in una campagna di massa?

Il tema dei contratti di fornitura stipulati dalla Commissione europea con le aziende farmaceutiche è altrettanto centrale. Le clausole di manleva, le condizioni economiche, le modalità di condivisione dei dati: tutto ciò è stato oggetto di una trasparenza parziale, totalmente filtrata. In una democrazia liberale, quando lo Stato impone un trattamento sanitario o condiziona diritti fondamentali, la pubblicità integrale degli atti non è una concessione, ma un presupposto di legittimazione.

Il punto non è alimentare sospetti generici. È l’esatto contrario: sottrarre il dibattito al terreno dell’ideologia per riportarlo su quello delle prove. Se le misure adottate erano necessarie e proporzionate, occorre dimostrarlo con dati granitici, accessibili, replicabili. Occorre distinguere tra correlazione e causalità nell’analisi di contagio, ricoveri e mortalità. Occorre chiarire l’impatto reale del Green Pass sulla circolazione virale rispetto ad altri fattori concomitanti.

E qui emerge il nodo politico-istituzionale più inquietante: perché la Commissione non attiva un canale strutturato con le Procure? Ci sono migliaia di esposti, indagini preliminari, archiviazioni o rinvii a giudizio connessi alla gestione della pandemia, il Parlamento non può procedere in una sorta di bolla autoreferenziale, ma d’altronde, chi era che aveva votato per l’attivazione del Green Pass? Proprio la stragrande maggioranza dei deputati di tutti gli schieramenti politici. 

Molti ancora non hanno capito che la funzione d’inchiesta parlamentare non è un esercizio retorico, ma è uno strumento di controllo che deve dialogare con l’autorità giudiziaria, nel rispetto delle reciproche competenze.

L’inerzia o la frammentazione degli accertamenti alimentano una frattura sociale che non si è mai realmente ricomposta. Oltre 200.000 morti, famiglie private persino di un rito collettivo di commiato, professionisti sospesi, cittadini esclusi: un trauma collettivo di questa portata non può essere archiviato con formule sintetiche come “era necessario” o “ha funzionato”. La fiducia istituzionale non si decreta; si conquista attraverso accountability, audit indipendenti, con la pubblicazione integrale dei dati e disponibilità al contraddittorio e noi oggi ve ne proponiamo uno stralcio (link sotto).

In uno Stato di diritto, l’operato delle istituzioni è sempre sindacabile. Se vi sono dubbi su procedure, conflitti di interesse, gestione dei dati o valutazioni di rischio, gli strumenti esistono per accertare. Ma devono essere attivati con rigore e tempestività, possibilmente senza la presenza nelle Commissioni di chi ha generato tutto ciò. L’emergenza non può diventare una categoria permanente né un alibi per sottrarsi alla verifica.

Una democrazia matura non teme le domande, anche quando sono scomode. Le assume come parte fisiologica del controllo diffuso. Il compito civico oggi non è gridare, ma pretendere documenti, numeri, verbali, contratti integrali, audizioni pubbliche con esperti di orientamenti diversi. Se qualcosa non torna, va chiarito nelle sedi istituzionali, con metodo e trasparenza.

Perché il rischio più grande non è la critica. È il silenzio. Quando le domande restano sospese e le Commissioni procedono al rallentatore, lo spazio pubblico viene occupato dal sospetto permanente. E in quel vuoto, la verità, qualunque essa sia, diventa sempre più difficile da ricostruire.

Andrea Caldart

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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