Viviamo nell’epoca dell’irresponsabilità assoluta. Un’epoca in cui la politica non si sente più obbligata a dare conto delle proprie scelte ai cittadini, ma soltanto a coloro che siedono dietro le quinte, negli uffici dove si decidono affari, nomine, favori. È un tempo in cui non c’è più spazio per la decenza, perché la decenza presuppone il riconoscimento di un limite. Non c’è più nemmeno vergogna, perché la vergogna nasce solo dove esiste la coscienza del proprio ruolo.
Schillaci resta. E questa permanenza non è una semplice scelta tecnica o un atto di continuità politica: è il simbolo di un potere che ha smesso di difendere la scienza, scegliendo invece di difendere i propri affari. Si può discutere delle sue responsabilità, delle sue omissioni o dei suoi errori, ma il fatto che resti al suo posto è già di per sé un messaggio politico: i cittadini non contano, conta l’equilibrio degli interessi.
La politica non cerca più la verità, perché la verità è scomoda: obbliga a prendere decisioni difficili, a rendere conto delle proprie scelte, a difendere posizioni che possono costare consenso. Meglio allora rifugiarsi nella gestione opaca, in un linguaggio che promette senza mantenere, che parla di “responsabilità” mentre difende solo il privilegio di chi comanda. La verità, quando non conviene, diventa un lusso che nessuno è più disposto a permettersi.
E i cittadini? A loro è stato tolto quasi tutto. Non solo strumenti concreti, la partecipazione, il diritto a una rappresentanza che funzioni, il potere di controllo reale sulle istituzioni, ma anche le armi più sottili: l’informazione libera, la possibilità di un dibattito pubblico non manipolato, la fiducia che ciò che si dice dalle sedi ufficiali corrisponda a un principio di realtà. Senza questi strumenti, il popolo non può più essere un soggetto politico: diventa solo spettatore.
La sostituzione della scienza con gli affari non è un dettaglio marginale: è una frattura culturale profonda. La scienza, con i suoi limiti e le sue contraddizioni, resta pur sempre l’unico linguaggio che cerca di avvicinarsi a una verità verificabile, condivisibile, discutibile alla luce di dati e prove. Quando la politica rinuncia a proteggere la scienza, dichiara apertamente di non avere più interesse alla verità, ma solo all’utile immediato. È il trionfo di un pragmatismo cinico, che però non costruisce futuro: lo divora.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema che si autoalimenta, che sostituisce ogni volta un nome ma mai una logica, che fa passare per decisione inevitabile ciò che in realtà è semplice volontà di potere. È un meccanismo perfetto nella sua arroganza: non ha bisogno di giustificarsi, non sente il dovere di spiegare, perché ha già tolto ai cittadini ogni possibilità di replica.
Eppure, proprio in questa assenza di vergogna si annida la fragilità del sistema. Perché prima o poi il prezzo arriva, e arriva sempre più alto: perdita di fiducia, disaffezione, abbandono delle istituzioni. Quando non resta più nulla da difendere, quando la politica appare solo come l’ennesimo teatro di interessi privati, allora la società smette di crederci. E senza fiducia, nessun potere dura a lungo.
La vera domanda non è se Schillaci resterà, ma quanto ancora potrà resistere un modello politico che ha scelto di rinunciare alla verità per sottomettersi al profitto. Perché ogni volta che si sacrifica la verità, si sacrifica un pezzo di futuro. E il conto, alla fine, lo pagano sempre i cittadini.
Andrea Caldart
Foto copertina: credits archivi Rai

