Non è una notizia qualunque. È uno spartiacque morale. La decisione della Corte Penale dell’Aia di non arretrare di un millimetro davanti alle pressioni di uno Stato alleato dell’Occidente, mette a nudo una verità che molti preferirebbero ignorare: il diritto internazionale esiste, e conferma il mandato internazionale di cattura contro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra contro l’umanità, per i fatti del 7 ottobre 2023. Tutto il resto è retorico.
Per decenni ci siamo raccontati che la giustizia globale fosse un orizzonte, un’aspirazione, una bussola. Poi, quando quella bussola indica una direzione scomoda, improvvisamente diventa “politica“, “parziale“, “strumentale“. È il vecchio trucco: delegittimare il giudice per non discutere i fatti.
C’è chi scommette che non ci sarà nessuna condanna, e tutto verrà messo a tacere.
Qui non si parla di slogan, ma di responsabilità individuali per scelte che hanno prodotto devastazione sistematica. La fame a Gaza usata come arma, la popolazione civile trattata come danno collaterale permanente, la distruzione elevata a metodo. Sono accuse che chiamano in causa il cuore stesso delle convenzioni nate dopo le grandi catastrofi del Novecento. Se quelle norme valgono solo per i vinti, allora non valgono affatto.
Il nervosismo di chi reagisce (USA) colpendo l’istituzione giudicante, tentando di soffocarne il funzionamento attraverso sanzioni e boicottaggi, è rivelatore. Non è la forza di chi è certo della propria innocenza, ma la paura di chi sa che il precedente potrebbe diventare contagioso. Oggi tocca a un leader protetto da alleanze robuste; domani potrebbe toccare a chiunque.
La posta in gioco va ben oltre il destino di due uomini. È in discussione l’idea stessa che esistano limiti invalicabili all’uso della forza, anche quando si invocano sicurezza, autodifesa o emergenza permanente.
Se la sovranità diventa uno scudo assoluto, allora i civili diventano numeri, e il diritto umanitario un opuscolo senza sanzioni.
Quel che resta di Gaza, intanto, continua a pagare il prezzo più alto. Non nei tribunali, ma nelle strade, negli ospedali svuotati, nelle case rase al suolo. Parlare di giustizia internazionale senza guardare a quelle macerie significa tradire il senso stesso della parola giustizia.
Questa decisione non chiude nulla. Apre. Apre un conflitto tra due visioni del mondo: da una parte l’idea che il potere legittimi tutto; dall’altra la convinzione che esistano crimini che nessuna bandiera può assolvere. È uno scontro scomodo, destinato a dividere governi, alleanze e opinioni pubbliche.
Chi oggi grida allo scandalo dovrebbe porsi una domanda semplice e brutale: vogliamo un ordine internazionale fondato su regole uguali per tutti o un sistema in cui la forza decide chi può essere giudicato e chi no? Perché da questa risposta dipende non solo il futuro della giustizia globale, ma la credibilità morale di chi pretende di difendere i valori universali.
La storia osserva. E, prima o poi, presenta il conto.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI

