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2025: l’anno della menzogna permanente

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C’è un rumore di fondo che accompagna questo 2025 ormai agli sgoccioli. Non è il fragore delle bombe, quelle arrivano dopo, ma il ronzio continuo della propaganda, la colonna sonora di un’epoca che ha smarrito il senso del limite, della verità e perfino del ridicolo.

Il riarmo ne è il simbolo più evidente. Si costruiscono eserciti contro un nemico che cambia volto a seconda delle necessità narrative: oggi è la Russia, domani chissà magari la Cina, dopodomani un’entità astratta chiamata “instabilità”. Un nemico utile, perché giustifica spese colossali, sospende il dibattito, zittisce il dissenso. La paura, come sempre, è un eccellente collante politico. Non importa che la minaccia sia reale o immaginaria: conta che funzioni.

Sul clima, intanto, si consuma un altro capitolo della grande confusione organizzata. Da un lato l’apocalisse quotidiana del cambiamento climatico, dall’altro dati ignorati e selezionati a piacere, come quelli, sbandierati o censurati a seconda della convenienza, come il riformarsi dei ghiacci dimostrati dai satelliti della Nasa opposti al riscaldamento globale o forse, l’oscuramento del sole con una prossima era glaciale. Di un dato oggi cominciamo a prenderne atto ed è quello che il clima viene manipolato, e noi ogni giorno, respiriamo veleni che vengono deliberatamente immessi nell’atmosfera.  La scienza non parla più: viene ventriloquata. Non serve capire, basta credere. E soprattutto obbedire.

La censura, che un tempo aveva il volto grossolano dei regimi autoritarioggi è elegante, politica, algoritmica, “per il tuo bene”Media e social network decidono cosa è dicibilee cosa no, chi è legittimo e chi va silenziato. Non si bruciano libri, si seppelliscono contenuti. Non si arrestano opinioni, le si rendono invisibili. È una repressione senza martiri, quindi senza scandalo.

L’Europa, in questo scenario, appare come un continente stanco che ha scelto di mascherare il proprio declino con la retorica bellica. Non cerca la pace: la teme. La pace obbligherebbe a trattare, a mediare, a riconoscere gli errori delle lobbies sovranazionali. Molto meglio la guerra, anche solo evocata, contro la Russia e, in modo più ambiguo, perfino contro l’alleato americano quando serve marcare una finta autonomia. Una guerra che non si combatte davvero, ma si finanzia, si predica, si prepara all’infinito.

Nel frattempo, l’uomo perde fiducianelle istituzioni, negli altri, in sé stesso. L’umanità si ritira, lascia spazio al cinismo, alla rassegnazione, alla rabbia sterile. La politica, ridotta a teatro di slogan, non governa più: esegue. È serva di padroni finanziari che non si presentano alle elezioni ma dettano l’agenda. La propaganda non nasce più nei parlamenti, ma nei consigli di amministrazione che manovrano “sapientemente” i figuranti della politica.

E mentre tutto questo accade, Gaza muore lentamente. Il massacro del popolo palestinese, condotto dal governo di Netanyahu e dallo Stato di Israeleviene giustificato, relativizzato, anestetizzato dal linguaggio ufficiale. Le vittime diventano “danni collaterali”, il genocidio una parola proibitaL’indignazione è selettiva: alcune vite valgono più di altre, a seconda della latitudine e del business degli interessi geopolitici.

In questo quadro si inserisce la guerra in Ucraina, elevata a crociata morale e simbolica, sostenuta da una propaganda ossessiva che ha trasformato Zelensky in un’icona intoccabile. Una narrazione semplificata, manichea, dove ogni dubbio è tradimento e ogni richiesta di negoziato viene marchiata come complicità con il nemico. A questa liturgia si è accodata senza esitazioni anche Giorgia Meloni, consumando un voltafaccia politico che ricalca fedelmente quello dei suoi predecessori: dalla retorica sovranista e prudente sull’intervento militare, alla più disciplinata adesione all’agenda atlantica e bellicista. Nessuna discontinuità reale, solo continuità mascherata da responsabilità istituzionale.

Ma la responsabilità non è solo dell’esecutivo. È anche di un Parlamento italiano sempre più marginale, ridotto a ratificare decisioni già prese altrove, che vota l’invio di armi con automatismi bipartisan e senza un vero dibattito pubblico, rinunciando al proprio ruolo costituzionale di indirizzo e controllo. Si chiede così agli italiani di sacrificarsi per una guerra che non è europea, combattuta da un popolo che non fa parte dell’Unione ma viene utilizzato come avamposto armato in uno scontro geopolitico più grande di lui. L’invio continuo di armi, presentato come atto di pace, viola principi giuridici, alimenta il conflitto e allontana qualsiasi prospettiva di soluzione diplomatica. Ma su questo non si discute: si applaude, si obbedisce, si paga.

Questa è forse la vera impronta del 2025: la corruzione morale. Non solo dei sistemi, ma delle coscienzeCi si abitua a tutto: alla guerra permanente, alla menzogna seriale, all’ingiustizia normalizzata

L’uomo contemporaneo non è più scandalizzato; è stanco. E nella stanchezza accetta.

Ed è proprio questo il motivo per cui il processo non produrrà una reazione collettiva significativa che non risiede nella cattiveria o nell’ignoranza o in una dinamica mentale interiorizzata. Anche quando il deterioramento delle garanzie fondamentali viene percepito, esso è neutralizzato da una catena logica apparente, semplice e rassicurante, che porta il singolo individuo a minimizzaregiustificare o peggio ancora, a rinviare ogni giudizio. Diventa un ragionamento automaticoindotto e ripetuto, che trasforma l’anomalia in normalità e l’eccezione in consuetudine

In questo schema, ciò che dovrebbe allarmare viene invece ricondotto a necessitàemergenza o destino inevitabile. Così l’assuefazione prevale sulla responsabilità e l’apatia si impone come scelta implicita, permettendo al sistema di continuare a scivolare senza incontrare una vera resistenza morale.

Il 2025 non è l’anno della fine del mondo. È peggio: è l’anno in cui il mondo continua come se nulla stesse davvero crollando, mentre tutto, lentamente, marcisce.

Andrea Caldart

Foto copertina: immagine generata dall’AI

Immagine interne: generate dall’AI

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