Perché è stata cancellata la messa per 200.000 vittime del Covid?
Il 18 marzo dovrebbe essere il giorno del raccoglimento nazionale. La data che ricorda oltre 200.000 vittime del Covid in Italia. Un numero che da solo basterebbe a scuotere le coscienze, a pretendere verità, a imporre rispetto.
Invece rischia di trasformarsi nell’ennesima liturgia vuota.
A Santa Maria Degli Angeli non si celebrerà alcuna messa commemorativa. L’appuntamento del 18 marzo è stato eliminato. Cancellato. Senza spiegazioni pubbliche, senza una nota ufficiale che chiarisca il perché, senza una parola rivolta ai familiari delle vittime.
Non un rinvio motivato. Non una rimodulazione. Una soppressione nel silenzio.
E il silenzio, quando riguarda oltre 200.000 morti, pesa più di qualsiasi polemica.

La memoria non è un dettaglio organizzativo che si può togliere dall’agenda come una voce superflua. Non è una pratica amministrativa da archiviare. Se si decide di fermarsi, di non celebrare, di non offrire nemmeno uno spazio simbolico di raccoglimento, lo si deve spiegare. Lo si deve motivare. Lo si deve giustificare davanti a un Paese che ha pagato un prezzo umano devastante.
Perché quando si cancella la memoria senza spiegazione, si aggiunge al dolore la sensazione dell’abbandono.
Tutti ricordano quell’immagine di Papa Francesco solo sotto la pioggia in Piazza San Pietro. Un pontefice, una piazza deserta, il mondo paralizzato.
Ma dopo cosa è rimasto davvero? Oltre 200.000 morti ufficiali in Italia. Famiglie che non hanno potuto salutare i propri cari. Funerali vietati. Commiati negati. E oggi, mentre il Paese tenta di archiviare tutto come una parentesi chiusa, cresce un’altra inquietudine: quella di cittadini che assistono a notizie quotidiane di malori improvvisi, che si pongono domande, che chiedono studi trasparenti, dati accessibili, analisi indipendenti.
Si può discutere sui numeri. Si può discutere sulle interpretazioni. Ma non si può zittire la domanda. Non si può liquidare ogni dubbio come superstizione. Quando una parte della popolazione chiede chiarezza, sulle cure, sui protocolli, sugli effetti avversi, sulle cause dei decessi improvvisi che alimentano quotidianamente allarme sociale, la risposta non può essere il muro, perché il muro non spegne il sospetto, anzi lo ingigantisce.
Come giornale abbiamo inviato due raccomandate a S.E. il Cardinale Pietro Parolin. Nessuna risposta. Nessun riscontro. Nemmeno una formula di circostanza. È questo il modo di onorare 200.000 morti? È questo il dialogo che la Chiesa offre a chi chiede ascolto? Non è solo questione ecclesiale è questione politica e morale.

Le scelte compiute dai governi di Giuseppe Conte e Mario Draghi, con il ministro Roberto Speranza, sono state presentate come inevitabili. Lockdown, protocolli sanitari, campagne vaccinali coercitive massicce. In una fase di emergenza si è deciso molto, in deroga, soprattutto comprimendo i diritti fondamentali dei cittadini, annullando la Carta Costituzionale.
Oggi, a emergenza finita, chiedere una verifica non è eresia, è dovere civico. È legittimo interrogarsi su protocolli che si sono dimostrati scellerati. È legittimo domandare conto di effetti avversi, di comunicazioni che hanno generato aspettative assolute, di promesse poi ridimensionate dalla realtà scientifica che le aveva create. Ed è proprio la stessa comunità scientifica che ha dovuto dichiarare nel tempo che i vaccini non riducevano drasticamente né la malattia grave né eliminavano completamente la trasmissione. Perché dirlo con chiarezza è stato così difficile? Perché chi sollevava dubbi veniva spesso liquidato come nemico pubblico, eretico, deferito alle commissioni disciplinari degli ordini medici e infine sospeso e radiato?
La questione non è negare che esistesse un virus. È pretendere trasparenza. È pretendere che anche chi oggi soffre conseguenze sanitarie reali, non venga deriso o marginalizzato, ma ascoltato e preso in carico con rigore scientifico e umano.
Volevamo capire cosa è successo e abbiamo cercato la Fondazione “EtàGrande”, presieduta da Mons. Vincenzo Paglia, tra i co-organizzatori dell’evento del 18 marzo. La nostra collaboratrice la giornalista Elisa Gestri è riuscita nell’intento dialogando dapprima e poi ricevendo una risposta del responsabile della comunicazione della Fondazione Mons. Riccardo Mensuali, (link sotto), che esprime il loro punto di vista: la Fondazione Età Grande ha annullato la Messa del 18 marzo perché i vescovi lombardi non possono partecipare e perché è difficile organizzare la presenza dei familiari delle vittime di Covid. L’evento potrebbe essere riprogrammato nel 2027, mentre il ricordo delle vittime resta al centro delle future iniziative della Fondazione.
Il 18 marzo dovremmo tutti andare in Piazza San Pietro non per esternare rabbia, ma per testimoniare vicinanza a tutte le vittime, ai loro familiari e a tutte le persone oggi colpite da effetti avversi. Non per distruggere, ma perché siano riconosciuti. Non per riscrivere la storia con slogan, ma per impedire che la memoria venga imbalsamata.
La memoria senza verità è propaganda. La liturgia senza ascolto è formalismo.
Il silenzio davanti al dolore è corresponsabilità.
Duecentomila morti non sono una parentesi. Milioni di danneggiati da vaccino sono realtà e, tutti loro, sono una ferita aperta nella storia repubblicana. E finché le istituzioni, politiche e religiose, non accetteranno di confrontarsi senza paura, quella ferita continuerà a sanguinare.
Il 18 marzo non è una cerimonia. È un banco di prova morale.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI
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